Geboren in Córdoba, Argentinien, lebte lange Zeit in Spanien und lebt nun in Deutschland. Er ist Schriftsteller, Autor von Romanen und Kurzgeschichten, Regisseur und Professor für Film. Seine Geschichten erscheinen regelmäßig in renommierten Zeitschriften, Anthologien und Literaturmagazinen in Spanien, Argentinien, Mexiko, Chile, Peru, Kanada, USA, Italien, Frankreich und Deutschland. Er studierte Bildende Kunst an der Kunsthochschule Emilio Caraffa in Cosquín, Córdoba, Argentinien.

Natural de Córdoba, Argentina, ha vivido en España y actualmente reside en Alemania. Es autor de relatos, novelista, director y profesor de cine. Sus cuentos aparecen habitualmente en prestigiosos periódicos, antologías y revistas literarias de España, Argentina, México, Chile, Perú, Canadá, Estados Unidos, Italia, Francia y Alemania. Ha cursado Bellas Artes en la Escuela de Artes Emilio Caraffa de Cosquín, Córdoba, Argentina.

Norberto Luis Romero is an Argentine, now a citizen of Spain presently living in Germany. He writes a wide range of fiction -from realistic to extreme fantasy. His stories have been published in Spain, Argentine, France, Italy, Canada and the United States. This is his first book-length collection to appear in English. He writes a wide range of fiction- from realistic to extreme fantasy.

Originario di Cordoba (Argentina), risiede in Spagna dal 1975. La sua opera letteraria, che comprende racconti e romanzi, ha ricevuto riconoscimenti per lo stile diretto e agile e per le sue sorprendenti tematiche, mai convenzionali e sempre molto coraggiose.

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28.1.17

FÁBULA DEL ALFABETO Y LAS TROMPETAS







Esta pequeña fábula la escribí expresamente para la revista mexicana de finanzas y cultura HORIZONTUM y aparecerá publicado el lunes 30 de enero.


Un mal día de un innombrable año, un Señor Poderoso y Rubio como el oro despertó malhumorado como lo hacía a diario y tuvo de inmediato un capricho más de los que acostumbraba a tener: –que no entren en mis dominios palabras foráneas; ésas, que se queden en su tierra y no vengan aquí a contaminar muestra emérita lengua. –Acto seguido mandó a sus sabios lingüistas a trabajar, y al cabo de unos minutos estos comparecieron con sus resultados:
–Poderoso y Bello Señor Rubio–expusieron sin mirarlo a la cara, pues estaba prohibido. –Hemos revisado y estudiado a fondo nuestro sagrado Alfabeto y la conclusión es la siguiente: hay una letra infiltrada, la llaman EÑE, y es pequeña, oscura y fea, lleva una gorra retorcida, además es impronunciable e inútil–.
–¡Mátenla!, –ordenó el Señor Poderoso.
–No podemos hacer eso, –respondieron los sabios. –¡El resto de las letras se revelarían!
–¡Entonces ya mismo levanten un muro Mayúsculo para que no entren más, un muro Mayúsculo de sólidas e impenetrables letras!
Y de inmediato se publicó el decreto pertinente prohibiéndole la entrada a  las demás Ñ.
El caso es que esta letra de la gorrita vivía desde hacía muchos años en el alfabeto y era muy amiga de una letra inglesa, formada por siamesas de estirpe anglosajona, llamada DOBLE V, y unas y otras llevaban toda la vida visitándose, como buenas comadres lingüísticas.
La Ñ acostumbraba a llevar tortilla y la W pastel de manzana, cada vez que se juntaban, y tomaban el té o bien un café, y a veces se atrevían con una cervecita, mientras hablaban de sus asuntos, porque toda una vida de amistad da para mucho.
El día que alzaron el muro Mayúsculo la Ñ estaba en casa de W, y ante el temor al posible destierro y aislamiento, la W le propuso a su amiga:
–Y si te cambiaras el nombre por “Enie”, o mejor “Henie”, que suena más anglosajón–. Y a ambas les dio la risa.
Pero no, no era cuestión de cambiar de identidad, tampoco estaban dispuestas a perder la amistad, así que fraguaron un plan: acudieron al mercado de pulgas, y tras mucho rebuscar entre trastos y antigüedades, dieron con un par de trompetas antiguas de bronce, el dueño del puesto les aseguró que eran las mismísimas trompetas de Jericó, las auténticas.
Cuando bajó el sol se acercaron al pie del muro Mayúsculo, lo miraron y palparon por todos lados comprobando que estaba hecho de letras inofensivas, pero dispuestas en un orden perverso formando palabras tales como odio, envidia, miedo, soberbia, maldad, etc., y a su vez estas palabras plasmaban frases injuriosas, llenas de rabia e insultos.
Se miraron la una a la otra con complicidad y tranquilamente comenzaron a soplar las viejas trompetas, cada vez con mayor intensidad y el muro Mayúsculo empezó a temblar como una hoja, como muerto de frío, y se vino abajo abajo estruendosamente hasta que sólo quedó un puñado de letras en pie formando dos palabas hermanas, una castellana, otra inglesa: LIBERTAD/FREEDOM.
  
©Norberto Luis Romero,  Köln, 2017

9.5.16

EPIFITE, versión italiana


EPIFITE fue publicado en Italia por Edizioni Arcoiris en Noviembre de 2012 formando parte del volúmen de cuentos de mi autoría “Istantanee d’inquietudine” (pp . 49-55), todos ellos en traducción de Dajana Morelli, posteriormente, en enero de 2015, apareció en la revista de filosofía y literatura "Pagine Inattuali" (www.pagineinattuali.com ), n . 4, pp . 131-138.
EPIFITE 

Anch’io pensavo che respirare l’aria che ogni giorno ci riempie i polmoni e ci ossigena il sangue servisse in qualche modo a ripulire l’interno del nostro corpo. Questa affermazione è sbagliata. Con l’aria penetrano un’infinità di microrganismi, alcuni vivi, altri morti (come spiegano molto bene medici e scienziati) che si stabiliscono dentro il nostro corpo. Alcuni vivono lì tutta la vita, altri ci arrivano solo dopo morti.
Spiegare la sensazione che si prova a mandar fuori una boccata d’aria sarebbe poco rilevante, ma se l’aria è accompagnata da piccole farfalle bianche coperte da una polvere finissima, fragili e svolazzanti farfalle notturne, la spiegazione diventa impossibile.
Per lo spavento che mi son preso posso ricordare il giorno e l’ora esatti in cui mi è successo per la prima volta. Fortunatamente era notte (non c’è da sorprendersi dato che si tratta di farfalle notturne) e nessuno se ne è accorto, tranne un ubriaco che sonnecchiava con la testa sul tavolo, aggrappato a un bicchiere ormai vuoto, che però non ha costituito un pericolo visto che i pochi clienti presenti nel locale non gli hanno prestato la benché minima attenzione. Nemmeno quando ha gridato:
«Farfalle! Quel tipo sputa farfalle!». Quelli che stavano giocando a carte a uno dei tavoli vicini non si sono presi neppure il disturbo di girare la testa per dirgli di stare zitto.
Per quanto abbia cercato di scoprire l’origine delle mie farfalle, non sono riuscito a elaborare nessuna teoria abbastanza convincente. Be’, per spiegare la loro origine forse sì, ma non la loro sopravvivenza qui, dentro i miei polmoni e, ultimamente, in tutto il corpo. È facile immaginare come possano essere entrate: trascinate dal vento quando erano ancora minuscole e fragili uova. Una volta dentro, a poco a poco si sono sviluppate, probabilmente, come tutti gli imenotteri, hanno dovuto attraversare anche il periodo della metamorfosi. Queste cose le so perché le ho chieste con grande disinvoltura alla signorina Julia, una maestra in pensione. Me le ha spiegate molto bene, anche se le mie domande l’hanno un po’ sorpresa.
Devono per forza nutrirsi di qualcosa. Questo è stato il mio primo timore e anche il mio primo sbaglio, perché credevo che si stessero mangiando il mio corpo, i miei organi interni, come dei parassiti. Adesso so che sono innocue, anche se ancora non ho capito di che cosa si nutrano.
Forse contraddico la scienza affermando che in tutto questo tempo non mi hanno mai dato nessun fastidio, se si esclude, è ovvio, l’imbarazzo che provo quando mi scappano davanti alla gente, come nel caso di quella donna che nel treno si è messa a gridare. Con gli altri passeggeri, accorsi per aiutarla, ho fatto finta di niente. E loro si sono presi la briga di convincerla che aveva sognato, che a nessuno escono farfalle dalla bocca. Lei, nonostante tutte le spiegazioni, non mi ha tolto gli occhi di dosso per il resto del viaggio. Io, a scanso di equivoci, non ho più sbadigliato.
Se i miei calcoli sono esatti, rimangono nel mio corpo tra i dodici e i quindici giorni. Poi volano fuori, mentre dentro ne nascono altre. Per un paio di settimane sono rimasto quasi senza mangiare, ma non sono morte, non hanno dato il minimo segno di turbamento. Così ho dimostrato che non si nutrono neppure di quel che mangio. È curioso che si riproducano tutto l’anno e non abbiano una stagione precisa, come il resto degli animali, il che mi fa pensare che dentro di me non ci sia differenza tra una stagione e l’altra: il mio corpo deve essere una specie di eterna primavera.
Immagino che queste farfalle, con il loro comportamento così anomalo, siano ancora sconosciute alla scienza. Non mi piacerebbe che venissero scoperte, perché immediatamente mi tempesterebbero di domande, si metterebbero a studiarmi, e io non avrei nessuna risposta convincente da dargli. Non so come e quando siano arrivate né come facciano a sopravvivere qua dentro senza nutrirsi. D’altra parte non m’interessa più saperlo. Stanno con me, e questo mi basta.
Al mondo esistono milioni di varietà di farfalle bellissime. Devo riconoscere, anche se mi dispiace ammetterlo, che le mie sono brutte, piccole, sbiadite e, soprattutto, fragili. Ma se non altro sono mie, vivono dentro di me, e io sono per loro un rifugio piacevole e sicuro. Confesso (perché non dovrei farlo?) che provo un grande affetto per loro (non si amano forse anche i cani e i gatti?) e che mi riempie di gioia vederle uscire dalla mia bocca di notte, quando è buio e fa freddo, osservarle mentre svolazzano nella stanza, tracciando disegni nell’aria, e poi quando si disperdono, si dirigono verso le finestre, raggiungono il cielo, volteggiano per un istante sopra la casa della signorina Julia e infine fuggono verso le luci più attraenti della città. E pensare che all’inizio le temevo, non solo perché credevo che mi stessero divorando, ma anche perché nutrivo una certa apprensione per la polverina che mi restava attaccata alle labbra. Inoltre mi terrorizzava l’idea che qualcosa stesse invadendo il mio corpo – il mio povero corpo attero – qualcosa che avrebbe potuto provocarmi grandi sofferenze impossessandosi di pezzi di polmoni, di fegato e di altri organi. Alla fine mi sono convinto della natura riconoscente e pacifica che le caratterizza. Non le sento più se non quando arrivano all’altezza della gola: è un solletico che mi obbliga ad aprire la bocca il più possibile, come se volessi sbadigliare.
Non sento più il bisogno di andarmene in giro di notte. Prima uscivo spesso a passeggiare. Dicevo che era per respirare aria pura, ma in realtà era per vedere più gente, per non sentirmi solo al mondo. Da quando ci siamo reciprocamente accettati, non ne ho più bisogno, posso restare ore a guardarle che escono dalla mia bocca e svolazzano allegramente, avvolte in una sottilissima nuvola di polvere dorata. E pensare che dopo che si sono manifestate per la prima volta, non uscivo più di casa per quell’atavico timore del ridicolo che abbiamo noi atteri. Avevo sempre paura che potessero scapparmi nel posto e all’ora più inopportuni – come con la donna nel treno – facendomi vergognare. Adesso escono solo se glielo chiedo. Sono molto obbedienti.
Certe notti ce ne andiamo a spasso per il paese. Mi assicuro sempre che nessuno possa vederci e le avviso. Loro escono a svolazzare un po’, a prendere l’aria fresca e a giocherellare. Quando passo davanti alla casa della signorina Julia faccio più attenzione perché quell’edificio (che pure non ha niente di particolare) sembra inquietarle a tal punto da spingerle a salire su per la gola, come se volessero uscire a tutti i costi. Si rifiutano di obbedirmi, e allora devo accelerare il passo, e non si calmano finché non ci siamo allontanati. In quella casa deve nascondersi qualcosa che le turba, che le induce a disobbedirmi, a fuggire via, ne sono certo.
Spesso, quando le vedo perdersi nell’infinito, mi chiedo dove vadano a morire le mie farfalle. Nei libri trovo soltanto risposte generiche e molto vaghe. Nessuno sembra considerare il fatto che le mie farfalle sono insolite, diverse dagli altri imenotteri. Mi soffermo anche a osservare le altre persone, nella speranza di trovare in qualcun altro sintomi di farfalle, che invece sembrano essere una mia esclusiva. Mi lusinga saperle così mie, ma mi riempie anche di tristezza pensare che siamo così soli… Mi piacerebbe che ci fosse altra gente piena di farfalle.
A volte, quando il sole è già tramontato e sul paese scende una piacevole frescura, passo il tempo a sonnecchiare sotto i salici sulle rive del torrente. Rimaniamo lì, io e le mie farfalle, fino all’imbrunire. A volte contemplo le luci della città, lontane e giallastre, e le sento accalcarsi dietro ai miei occhi per spiare, vorrebbero volare verso quel bagliore. In quelle luci c’è qualcosa di speciale che le attira, ed è un po’ la stessa inquietudine che provano ogni volta che passiamo davanti alla casa della signorina Julia, nonostante le luci siano spente. Le sento andare su e giù per tutto il corpo. In preda all’agitazione, percorrono le sottili gallerie delle mie vene e delle mie arterie, scivolano nello stomaco, svolazzano nei polmoni.
Un giorno siamo andati al torrente durante la siesta, quando il paese intero dorme al riparo di stanze immerse nella penombra. Lì, vicino all’esile corso d’acqua, in mezzo alla folta vegetazione, si respira un’aria un po’ più fresca. In genere non ci va nessuno, solo ogni tanto si vede qualche bambino che preferisce tirare pietre nel fiume invece di dormire. Quel pomeriggio ho notato che le mie farfalle erano più inquiete che mai. Quando uscivano a volare si allontanavano più del solito, non mi obbedivano, e quando rientravano si fermavano tutte all’altezza della gola. Producevano un leggero ronzio, come se stessero discutendo qualcosa d’importante e vitale. Se ne stavano tranquille per un po’ e poi si agitavano di nuovo. Dopo una pausa troppo lunga ho sentito che si raggruppavano nella bocca e lottavano per uscire una prima dell’altra. Tutta quella confusione mi ha sorpreso, così, un po’ per indispettirle, un po’ per divertirmi, ho chiuso la bocca con forza. C’è stato un istante di smarrimento, poi uno di silenzio. Infine si sono dirette ordinatamente verso le fosse nasali da dove le ho viste uscire in due file. Mi sono tappato le narici con le dita e si sono agitate di nuovo. Poi si sono calmate un attimo, come se stessero deliberando, e ho pensato: “Adesso cercheranno di scapparmi dalle orecchie!” e mi sono ingegnato per tapparle, ma mi sono sentito preso in giro quando le ho viste venir fuori una dopo l’altra dai condotti lacrimali. Ridotte a una pallina si lasciavano rotolare lungo le guance e poi prendevano il volo. Sconfitto, ho liberato bocca, naso e orecchie e le ho lasciate uscire ridendo. Si sono allontanate in un turbinio di ali. Le ho chiamate ma non mi hanno dato retta. Per curiosità le ho seguite fino a che non le ho viste fermarsi per svolazzare sopra a un cespuglio. Si sono posate sui rami, sbattendo le ali rumorosamente e riempiendo l’aria di una polvere dorata. Non le avevo mai viste così inquiete. Mi sono avvicinato pian piano, di nascosto. Si muovevano con una tale frenesia, baluginando in una miriade di riflessi, che sembravano raddoppiate di numero. Allora mi sono sporto in avanti per prenderle e riempirmene le mani. Ho spostato dei rami e, con mia grande sorpresa, ho visto dietro ai cespugli una persona che sembrava ancora più sorpresa di me. Lei era lì, in piedi, immobile, si tappava la bocca con le mani. Appena mi ha visto si è tranquillizzata. L’ho salutata un po’ confuso e lei, la signorina Julia, ha ricambiato il saluto con un cenno della testa. Poi ha abbassato le mani e mi ha rivolto un sorriso pieno di farfalle:
«È un pomeriggio meraviglioso» mi ha detto.

25.2.15

Los caracoles escribidores en 98.3 radiio de la Universidad de Navarra.

José Luis González nos acerca a este cuento, que de tan pequeño que es, tiene que pasar dos veces para ser visto.El cuento que, por breve, es dos veces cuento.


Audio Los caracoles escribidores

15.8.14

REVISTA MONOLITO

Dos cuentos brevísimos en la revista de literatura y arte MONOLITO “El cajón consignado“ y “El beso“.

Número de agosto, puedes leerlo aquí abajo en PDF:
Monolito

13.9.13

LOS CARACOLES ESCRIBIDORES


98.3 radio. de la Universidad de Navarra, en el programa "Contando Historias", en una adaptación de Elvira Coello el viejo cuento que abre mi primer libro "Transgresiones".


28.4.13

FUGA DE CEREBROS



El mío me abandonó hace años, me lo cruzo de vez en cuando en la calle, feliz en esa cabecita rubia cuyos ojos evitan los míos.

30.3.13

EL BENEFACTOR



El ciudadano ejemplar, archimillonario, filántropo y generoso, decidió donar a la ciudad un bello y lujoso cementerio, dotado de todos los avances, en el que tuvieran cabida todos los ciudadanos cuando pasaran a mejor vida, y sus restos reposaran en paz en elegantes tumbas de mármol acondicionadas para que soportaran el mínimo deterioro. La idea fue acogida con entusiasmo y cada uno eligió, de un amplio catálogo, el modelo de tumba con el que había soñado. En el sobre junto al dibujo y los planos elegidos, cada ciudadano adjuntó su nombre y apellidos y la fecha de su nacimiento.
  En tres años de arduo e interrumpido trabajo, el cementerio se levantó circundado por altos muros de los que sobresalían estatuas de ángeles, doncellas, cúpulas doradas, agujas, torres y cruces. El 21 de mayo, coincidiendo con la llegada de la primavera, la inauguración fue convocada a bombo y platillo y ante las puertas del recinto el benefactor pronunció un hermoso discurso, cargado de metáforas, antes de abrir las altas cancelas de hierro.
  Los ciudadanos se extasiaron ante el panorama: la perfecta geometría ortogonal del trazado de las calles flanqueadas por cipreses esbeltos; panteones espléndidos alienados formando manzanas, con jardines que salpicaban de flores el austero mármol. Superado el éxtasis, se esparcieron por las calles en busca de la propia tumba que cada uno había elegido tres años atrás. Nadie se sintió defraudado cuando se encontró frente a la suya propia, en cuyo dintel aparecían cincelados nombre, apellidos y fecha de nacimiento, pero sí se sintieron invadidos por un ligero resquemor: no era usual leer el propio nombre grabado en una tumba.
  De inmediato este sabor de boca fue sustituido por uno más dulce cuando descubrieron la belleza y el oropel que reinaban en el interior de las criptas: catafalcos abiertos exhibían un terciopelo blanco como nieve, y el rojo carmesí y el amarillo de las vidrieras volvía en rosa o dorado la luz que se filtraba por las banderolas altas. Flores artificiales de seda se enredaban en las columnas de ébano y numerosas criaturas angelicales de piedra y nobles metales velaban desde todos los ángulos. Cada uno tuvo en su corazón palabras de agradecimiento para el benefactor, a punto estuvieron de caer de rodillas en señal de absoluta gratitud, pero en aquel momento, en cada una de las tumbas las puertas se cerraron automáticamente con enorme estruendo, y un rayo de luz proveniente de un rosetón colocado en lo alto iluminó el reverso de cada puerta, en la que vieron cincelada la fecha de su muerte y un epitafio que decía:


“Hoy, 21 de mayo, se abren todas las flores.
El Benefactor, con el poder que le da su riqueza,
las marchita y las seca lentamente”.

27.3.13

LOS HUÉRFANOS


Aro Tolbukhin. Agustí Villalonga


  No conocimos a nuestra madre, murió una semana después de haber nacido nosotros, acaso debido a que no pudo soportar las consecuencias de un parto de trillizos. Pero su presencia en casa es continua y feliz: papá lleva el vestido blanco de mamá a todos lados. Cuando comemos lo sienta a la mesa, en la silla que ella ocupaba; y sigue teniendo su sitio en le sofá cuando miramos televisión. Lo lleva con él en el coche, sentado a su lado, cuando va de compras. Lo mantiene limpio, impecable, sin una arruga y oloroso a lavanda.
  Hay algo que los hijos nos preguntamos, ¿por qué cuando llega la noche y papá se encierra en su alcoba con el vestido, en el momento en que desaparece la luz por debajo de la puerta, lo oímos sollozar?

12.2.13

LA CASA DE MUÑECAS


Por la noche, cuando apaga la luz, las pequeñas ventanas se iluminan ténuemente. Desde la cama ve las siluetas de sus habitantes desplazarse de un cuarto a otro, las manos de ella alisando las cortinas cerradas, oye las voces, el vaiven del balancín del pequeño, las agujas de punto de la vieja. Creen que él no lo sabe, creen vivir de espaldas a la realidad y en un mundo de fantasía hecho a medida, conjeturan que más allá de las delicadas paredes de madera no existe nada. Pero él los ve, los ve, los oye y los conoce: al padre, a la madre, a los tres hijos y a la abuela. Y conoce al hombre en miniatura que habita dentro de sí y que una mañana despertará y acabará con todos.

27.1.13

LAS HADAS



Un hada es una criatura encantadora, risueña, pizpireta. Tres o cuatro son traviesas e incluso maliciosas. Cuando se constituyen en un enjambre, pueden acabar con un cadáver en menos de diez minutos.


Imagen: Sophie Anderson,Take the fair face of Woman