Geboren in Córdoba, Argentinien, lebte lange Zeit in Spanien und lebt nun in Deutschland. Er ist Schriftsteller, Autor von Romanen und Kurzgeschichten, Regisseur und Professor für Film. Seine Geschichten erscheinen regelmäßig in renommierten Zeitschriften, Anthologien und Literaturmagazinen in Spanien, Argentinien, Mexiko, Chile, Peru, Kanada, USA, Italien, Frankreich und Deutschland. Er studierte Bildende Kunst an der Kunsthochschule Emilio Caraffa in Cosquín, Córdoba, Argentinien.

Natural de Córdoba, Argentina, ha vivido en España y actualmente reside en Alemania. Es autor de relatos, novelista, director y profesor de cine. Sus cuentos aparecen habitualmente en prestigiosos periódicos, antologías y revistas literarias de España, Argentina, México, Chile, Perú, Canadá, Estados Unidos, Italia, Francia y Alemania. Ha cursado Bellas Artes en la Escuela de Artes Emilio Caraffa de Cosquín, Córdoba, Argentina.

Norberto Luis Romero is an Argentine, now a citizen of Spain presently living in Germany. He writes a wide range of fiction -from realistic to extreme fantasy. His stories have been published in Spain, Argentine, France, Italy, Canada and the United States. This is his first book-length collection to appear in English. He writes a wide range of fiction- from realistic to extreme fantasy.

Originario di Cordoba (Argentina), risiede in Spagna dal 1975. La sua opera letteraria, che comprende racconti e romanzi, ha ricevuto riconoscimenti per lo stile diretto e agile e per le sue sorprendenti tematiche, mai convenzionali e sempre molto coraggiose.

9.5.16

EPIFITE, versión italiana


EPIFITE fue publicado en Italia por Edizioni Arcoiris en Noviembre de 2012 formando parte del volúmen de cuentos de mi autoría “Istantanee d’inquietudine” (pp . 49-55), todos ellos en traducción de Dajana Morelli, posteriormente, en enero de 2015, apareció en la revista de filosofía y literatura "Pagine Inattuali" (www.pagineinattuali.com ), n . 4, pp . 131-138.
EPIFITE 

Anch’io pensavo che respirare l’aria che ogni giorno ci riempie i polmoni e ci ossigena il sangue servisse in qualche modo a ripulire l’interno del nostro corpo. Questa affermazione è sbagliata. Con l’aria penetrano un’infinità di microrganismi, alcuni vivi, altri morti (come spiegano molto bene medici e scienziati) che si stabiliscono dentro il nostro corpo. Alcuni vivono lì tutta la vita, altri ci arrivano solo dopo morti.
Spiegare la sensazione che si prova a mandar fuori una boccata d’aria sarebbe poco rilevante, ma se l’aria è accompagnata da piccole farfalle bianche coperte da una polvere finissima, fragili e svolazzanti farfalle notturne, la spiegazione diventa impossibile.
Per lo spavento che mi son preso posso ricordare il giorno e l’ora esatti in cui mi è successo per la prima volta. Fortunatamente era notte (non c’è da sorprendersi dato che si tratta di farfalle notturne) e nessuno se ne è accorto, tranne un ubriaco che sonnecchiava con la testa sul tavolo, aggrappato a un bicchiere ormai vuoto, che però non ha costituito un pericolo visto che i pochi clienti presenti nel locale non gli hanno prestato la benché minima attenzione. Nemmeno quando ha gridato:
«Farfalle! Quel tipo sputa farfalle!». Quelli che stavano giocando a carte a uno dei tavoli vicini non si sono presi neppure il disturbo di girare la testa per dirgli di stare zitto.
Per quanto abbia cercato di scoprire l’origine delle mie farfalle, non sono riuscito a elaborare nessuna teoria abbastanza convincente. Be’, per spiegare la loro origine forse sì, ma non la loro sopravvivenza qui, dentro i miei polmoni e, ultimamente, in tutto il corpo. È facile immaginare come possano essere entrate: trascinate dal vento quando erano ancora minuscole e fragili uova. Una volta dentro, a poco a poco si sono sviluppate, probabilmente, come tutti gli imenotteri, hanno dovuto attraversare anche il periodo della metamorfosi. Queste cose le so perché le ho chieste con grande disinvoltura alla signorina Julia, una maestra in pensione. Me le ha spiegate molto bene, anche se le mie domande l’hanno un po’ sorpresa.
Devono per forza nutrirsi di qualcosa. Questo è stato il mio primo timore e anche il mio primo sbaglio, perché credevo che si stessero mangiando il mio corpo, i miei organi interni, come dei parassiti. Adesso so che sono innocue, anche se ancora non ho capito di che cosa si nutrano.
Forse contraddico la scienza affermando che in tutto questo tempo non mi hanno mai dato nessun fastidio, se si esclude, è ovvio, l’imbarazzo che provo quando mi scappano davanti alla gente, come nel caso di quella donna che nel treno si è messa a gridare. Con gli altri passeggeri, accorsi per aiutarla, ho fatto finta di niente. E loro si sono presi la briga di convincerla che aveva sognato, che a nessuno escono farfalle dalla bocca. Lei, nonostante tutte le spiegazioni, non mi ha tolto gli occhi di dosso per il resto del viaggio. Io, a scanso di equivoci, non ho più sbadigliato.
Se i miei calcoli sono esatti, rimangono nel mio corpo tra i dodici e i quindici giorni. Poi volano fuori, mentre dentro ne nascono altre. Per un paio di settimane sono rimasto quasi senza mangiare, ma non sono morte, non hanno dato il minimo segno di turbamento. Così ho dimostrato che non si nutrono neppure di quel che mangio. È curioso che si riproducano tutto l’anno e non abbiano una stagione precisa, come il resto degli animali, il che mi fa pensare che dentro di me non ci sia differenza tra una stagione e l’altra: il mio corpo deve essere una specie di eterna primavera.
Immagino che queste farfalle, con il loro comportamento così anomalo, siano ancora sconosciute alla scienza. Non mi piacerebbe che venissero scoperte, perché immediatamente mi tempesterebbero di domande, si metterebbero a studiarmi, e io non avrei nessuna risposta convincente da dargli. Non so come e quando siano arrivate né come facciano a sopravvivere qua dentro senza nutrirsi. D’altra parte non m’interessa più saperlo. Stanno con me, e questo mi basta.
Al mondo esistono milioni di varietà di farfalle bellissime. Devo riconoscere, anche se mi dispiace ammetterlo, che le mie sono brutte, piccole, sbiadite e, soprattutto, fragili. Ma se non altro sono mie, vivono dentro di me, e io sono per loro un rifugio piacevole e sicuro. Confesso (perché non dovrei farlo?) che provo un grande affetto per loro (non si amano forse anche i cani e i gatti?) e che mi riempie di gioia vederle uscire dalla mia bocca di notte, quando è buio e fa freddo, osservarle mentre svolazzano nella stanza, tracciando disegni nell’aria, e poi quando si disperdono, si dirigono verso le finestre, raggiungono il cielo, volteggiano per un istante sopra la casa della signorina Julia e infine fuggono verso le luci più attraenti della città. E pensare che all’inizio le temevo, non solo perché credevo che mi stessero divorando, ma anche perché nutrivo una certa apprensione per la polverina che mi restava attaccata alle labbra. Inoltre mi terrorizzava l’idea che qualcosa stesse invadendo il mio corpo – il mio povero corpo attero – qualcosa che avrebbe potuto provocarmi grandi sofferenze impossessandosi di pezzi di polmoni, di fegato e di altri organi. Alla fine mi sono convinto della natura riconoscente e pacifica che le caratterizza. Non le sento più se non quando arrivano all’altezza della gola: è un solletico che mi obbliga ad aprire la bocca il più possibile, come se volessi sbadigliare.
Non sento più il bisogno di andarmene in giro di notte. Prima uscivo spesso a passeggiare. Dicevo che era per respirare aria pura, ma in realtà era per vedere più gente, per non sentirmi solo al mondo. Da quando ci siamo reciprocamente accettati, non ne ho più bisogno, posso restare ore a guardarle che escono dalla mia bocca e svolazzano allegramente, avvolte in una sottilissima nuvola di polvere dorata. E pensare che dopo che si sono manifestate per la prima volta, non uscivo più di casa per quell’atavico timore del ridicolo che abbiamo noi atteri. Avevo sempre paura che potessero scapparmi nel posto e all’ora più inopportuni – come con la donna nel treno – facendomi vergognare. Adesso escono solo se glielo chiedo. Sono molto obbedienti.
Certe notti ce ne andiamo a spasso per il paese. Mi assicuro sempre che nessuno possa vederci e le avviso. Loro escono a svolazzare un po’, a prendere l’aria fresca e a giocherellare. Quando passo davanti alla casa della signorina Julia faccio più attenzione perché quell’edificio (che pure non ha niente di particolare) sembra inquietarle a tal punto da spingerle a salire su per la gola, come se volessero uscire a tutti i costi. Si rifiutano di obbedirmi, e allora devo accelerare il passo, e non si calmano finché non ci siamo allontanati. In quella casa deve nascondersi qualcosa che le turba, che le induce a disobbedirmi, a fuggire via, ne sono certo.
Spesso, quando le vedo perdersi nell’infinito, mi chiedo dove vadano a morire le mie farfalle. Nei libri trovo soltanto risposte generiche e molto vaghe. Nessuno sembra considerare il fatto che le mie farfalle sono insolite, diverse dagli altri imenotteri. Mi soffermo anche a osservare le altre persone, nella speranza di trovare in qualcun altro sintomi di farfalle, che invece sembrano essere una mia esclusiva. Mi lusinga saperle così mie, ma mi riempie anche di tristezza pensare che siamo così soli… Mi piacerebbe che ci fosse altra gente piena di farfalle.
A volte, quando il sole è già tramontato e sul paese scende una piacevole frescura, passo il tempo a sonnecchiare sotto i salici sulle rive del torrente. Rimaniamo lì, io e le mie farfalle, fino all’imbrunire. A volte contemplo le luci della città, lontane e giallastre, e le sento accalcarsi dietro ai miei occhi per spiare, vorrebbero volare verso quel bagliore. In quelle luci c’è qualcosa di speciale che le attira, ed è un po’ la stessa inquietudine che provano ogni volta che passiamo davanti alla casa della signorina Julia, nonostante le luci siano spente. Le sento andare su e giù per tutto il corpo. In preda all’agitazione, percorrono le sottili gallerie delle mie vene e delle mie arterie, scivolano nello stomaco, svolazzano nei polmoni.
Un giorno siamo andati al torrente durante la siesta, quando il paese intero dorme al riparo di stanze immerse nella penombra. Lì, vicino all’esile corso d’acqua, in mezzo alla folta vegetazione, si respira un’aria un po’ più fresca. In genere non ci va nessuno, solo ogni tanto si vede qualche bambino che preferisce tirare pietre nel fiume invece di dormire. Quel pomeriggio ho notato che le mie farfalle erano più inquiete che mai. Quando uscivano a volare si allontanavano più del solito, non mi obbedivano, e quando rientravano si fermavano tutte all’altezza della gola. Producevano un leggero ronzio, come se stessero discutendo qualcosa d’importante e vitale. Se ne stavano tranquille per un po’ e poi si agitavano di nuovo. Dopo una pausa troppo lunga ho sentito che si raggruppavano nella bocca e lottavano per uscire una prima dell’altra. Tutta quella confusione mi ha sorpreso, così, un po’ per indispettirle, un po’ per divertirmi, ho chiuso la bocca con forza. C’è stato un istante di smarrimento, poi uno di silenzio. Infine si sono dirette ordinatamente verso le fosse nasali da dove le ho viste uscire in due file. Mi sono tappato le narici con le dita e si sono agitate di nuovo. Poi si sono calmate un attimo, come se stessero deliberando, e ho pensato: “Adesso cercheranno di scapparmi dalle orecchie!” e mi sono ingegnato per tapparle, ma mi sono sentito preso in giro quando le ho viste venir fuori una dopo l’altra dai condotti lacrimali. Ridotte a una pallina si lasciavano rotolare lungo le guance e poi prendevano il volo. Sconfitto, ho liberato bocca, naso e orecchie e le ho lasciate uscire ridendo. Si sono allontanate in un turbinio di ali. Le ho chiamate ma non mi hanno dato retta. Per curiosità le ho seguite fino a che non le ho viste fermarsi per svolazzare sopra a un cespuglio. Si sono posate sui rami, sbattendo le ali rumorosamente e riempiendo l’aria di una polvere dorata. Non le avevo mai viste così inquiete. Mi sono avvicinato pian piano, di nascosto. Si muovevano con una tale frenesia, baluginando in una miriade di riflessi, che sembravano raddoppiate di numero. Allora mi sono sporto in avanti per prenderle e riempirmene le mani. Ho spostato dei rami e, con mia grande sorpresa, ho visto dietro ai cespugli una persona che sembrava ancora più sorpresa di me. Lei era lì, in piedi, immobile, si tappava la bocca con le mani. Appena mi ha visto si è tranquillizzata. L’ho salutata un po’ confuso e lei, la signorina Julia, ha ricambiato il saluto con un cenno della testa. Poi ha abbassato le mani e mi ha rivolto un sorriso pieno di farfalle:
«È un pomeriggio meraviglioso» mi ha detto.

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